Skip to main content

Due to a planned power outage, our services will be reduced on Tuesday, June 15th, starting at 8:30am PDT until the work is complete. We apologize for the inconvenience.

Full text of "Bollettini ECN Milano"

See other formats


a cura di ecn milano 
























Droghe leggere 


Files provenienti dalla Bbs SIDAnet di Roma 


INDICE DEI CONTENUTI 




a cura di 


ecn milano 










Droghe leggere 


1 File: A12988.ITA 


LE ULTIME RICERCHE SULLA CANNABIS 

A cura di Giancarlo Arnao 
1 Giugno 1988 


SOMMARIO: Scheda sugli effetti dei derivati della 
canapa indiana sul sistema immunitario, 
sull'apparato respiratorio, sul sistema cardiocirco- 
latorio e sulla capacità di guida. 

Il “Journal of Psychoactive Drugs" di San 
Francisco ha dedicato il suo numero di gennaio- 
marzo ad una rassegna monografica delle ultime 
ricerche sulla marijuana. 

Tali ricerche riguardano gli argomenti più contro- 
versi sull'uso della sostanza, e cioè: 

a) gli effetti sul sistema immunitario; 

b) gli effetti sul sistema respiratorio; 

c) gli effetti sul sistema cardiovascolare; 

d) gli effetti sulla capacità di guida dei veicoli. 


A) EFFETTI SUL SISTEMA IMMUNITARIO 

L'ipotesi che la marijuana danneggi il sistema im- 
munitario è stata proposta da diversi AA già negli 
anni 70, attraverso ricerche di laboratorio che 
erano state messe in discussione per la 
metodologia adottata (cfr. Arnao: "Erba proibita", 
Feltrinelli 1982, pp.105-107 e 213). 

Sul JPD l'argomento viene affrontato da due 
studi, rispettivamente di Hoilister (docente di 
psichiatria e farmacologia alla Texas University) e 
di Wallace-Tashkin-Oishi-Barbers (in una ri- 
cerca sovvenzionata dal National Institute of Drug 
Abuse). 

RICERCA DI HOLLISTER - Gli effetti sulla fun- 
zione immunitaria vengono valutati in base a 
quattro parametri: immunità cellulare mediata, 
meccanismi bio-umorali, difesa cellulare e attività 
immunogenetica. 

L'Autore arriva alle seguenti conclusioni: 
"Nonostante la letteratura piuttosto vasta svilup- 
patasi negli ultimi 15 anni, un effetto dei cannabi- 
noidi sul sistema immunitario è ancora da dimo- 
strare. Le prove sono contraddittorie, in quanto si 
è stabilito un certo livello di attività 
immunosoppressiva soltanto da esperimenti in vi- 


tro, falsati dagli altissimi dosaggi impiegati, e dalla 
mancanza di confronti con possibili effetti analo- 
ghi di altre sostanze. Più gli studi sperimentali si 
sono avvicinati alle reali situazioni cliniche, meno 
convincente era l'evidenza di un effetto immuno- 
soppressivo" (Hoilister: "Marijuana and Immunity", 
in "Journal of Psychoactive Drugs", voi. 20/1 , Jan- 
Mar 1988, p.7). 

D'altra parte, l'interesse dei ricercatori, che era 
stato molto attivo negli anni 70, è svanito negli 
anni 80. Il che dimostrerebbe, secondo l'Autore, 
che ulteriori studi su questo soggetto non hanno 
prospettive di novità interessanti. 

Rispetto al rapporto fra uso di cannabis e AIDS, 
l'Autore scrive che "non vi è alcuna prova clinica 
né alcun dato epidemiologico che dimostri un 
legame fra uso di marijuana da una parte e con- 
tagio con l'HIV o sviluppo dell'AIDS dall'altra" ( 
op.cit. p.5). 

Anche per i soggetti affetti da HIV, non vi è al- 
cuna prova che l'uso di marijuana o di alcool au- 
menti il rischio di contrarre l'AIDS (op.cit., p. 7). 

RICERCA DI WALLACE, TASHKIN, OISHI, 
BARBERS - In questa ricerca gli effetti della ma- 
rijuana vengono confrontati con quelli del ta- 
bacco. La funzione immunitaria viene valutata 
analizzando l'attività linfocitaria. Sono stati con- 
siderati tre gruppi di soggetti: 

NS: non fumatori 

TS: fumatori di solo tabacco, consumo medio di 
un pacchetto al giorno per 24 anni 
MS: fumatori di marijuana, consumo medio di al- 
meno 10 spinelli alla settimana per almeno 5 anni 
MTS: fumatori di marijuana (in dosaggi analoghi 
al gruppo precedente) e di tabacco (un pacchetto 
al giorno per almeno 1 6 anni). 

La ricerca ha dimostrato che l'uso di marijuana, a 
differenza di quello del tabacco, non ha un'azione 
inibitoria della risposta immunitaria. Questa diffe- 
renza viene spiegata dagli AA con diverse ipotesi: 

a) che la marijuana non contenga gli agenti im- 
munosoppressivi del tabacco; 

b) che la marijuana contenga fattori che contra- 
stano l'attività immunosoppressiva; 

c) che la differenza di risposta dipenda dai do- 
saggi, i quali, pur corrispondendo alle modalità di 
uso più diffuse, sono per il tabacco superiori a 
quelli della marijuana. 

Ciò significa in pratica che dosaggi di marijuana 
pari a quelli adottati dai ricercatori non determi- 
nano alcuna attività immunosoppressiva. 


1 





Droghe leggere 


B) EFFETTI SULL’APPARATO RESPIRATORIO 

Gli effetti sull'apparato respiratorio sono stati 
analizzati da ricerche di Tashkin-Simmons-Clark 
(deN'UCLA) e di Fligiel- Venkat-Gong-Tashkin 
(sovvenzionata dal NIDA). 

RICERCA DI TASHKIN, SIMMONS, CLARK - 

Questo studio prende in esame la iper-reattività 
bronchiale (sintomo di sofferenza dell'apparato 
respiratorio e fattore di rischio per l'instaurarsi di 
malattia cronica ostruttiva) comparativamente in 
tre gruppi di soggetti: 

1) MS: fumatori di marijuana in dosaggi equiva- 
lenti a 3,3 spinelli al giorno per 20 anni; 

2) TS: fumatori di tabacco in dosaggi equivalenti 
a 1 ,14 pacchetti al giorno per 20 anni; 

3) MTS: fumatori di tabacco (0,76 pacchetti al 
giorno per 20 anni) e di marijuana (2,6 spinelli al 
giorno per 20 anni). 

La iperreattività bronchiale si è rilevata soltanto 
nel gruppo MTS. Sul piano pratico, ciò significa 
che questo tipo di rischi non viene provocato con 
livelli di uso pari a quello indicato. C'è però un 
aumento di iperreattività se tabacco e marijuana 
vengono usati assieme, anche in dosaggi inferiori 
a quelli che risultano innocui se le sostanze 
vengono assunte separatamente (Tashkin et al: 
"Effects of Habitual Smoking of Marijuana Alone 
and with Tobacco on Nonspecific Airways 
Hyperreactivity", su op. cit., pp. 21-25). 

RICERCA DI FLIGIEL, VENKAT, GONG, 
TASHKIN - attraverso una serie di esami istolo- 
gici, esamina la patologia bronchiale di tre gruppi 
di soggetti: 

MS: consumatori di marijuana che hanno fumato 
almeno uno spinello nell'ultimo mese e una media 
di uno spinello al giorno per almeno tre anni nel 
passato; 

TS: soggetti che hanno fumato almeno una siga- 
retta al giorno per più di un anno; 

MTS: soggetti che hanno fumato marijuana e ta- 
bacco. 

Dall'analisi complessiva dei risultati, gli AA con- 
cludono che "il fumo di marijuana può essere al- 
trettanto e forse anche più dannoso del fumo di 
tabacco per l'epitelio respiratorio" (p.41),ll mas- 
simo livello di tossicità è stato rilevato nel gruppo 
MTS. 

Dai dosaggi analizzati nella ricerca, risulta 
chiaramente che il confronto fra marijuana e ta- 
bacco va inteso a parità di sostanza fumata, e 
non ai livelli di uso più comuni delle rispettive so- 


stanze. Sul piano pratico, questa ricerca dimostra 
che il fumo di marijuana danneggia l'epitelio re- 
spiratorio in misura pari o forse superiore a quella 
determinata da quantitativi equivalenti di fumo di 
tabacco. D'altra parte, gli AA affermano che la 
potenzialità di queste alterazioni come fattori di 
rischio di malattia cronica o di cancro del polmone 
è tuttora sconosciuta, seppure non impossibile 
(Fligiel et al: "Bronchial Pathology in Chronic 
Marijuana Smokers" in op.cit., pp. 33-42). 


C) EFFETTI SUL SISTEMA 
CARDIOCIRCOLATORIO 

RICERCA DI TASHKIN, WU, DJAHED Lo svi- 
luppo di ossido di carbonio (CO) è uno degli ef- 
fetti collaterali della combustione, ed è una delle 
componenti di tutte le sostanze che vengono fu- 
mate. l'CO, a contatto col sangue, si lega con 
l'emoglobina, formando carbossiemoglobina 
(COHb), che è un importante fattore di rischio per 
la malattia coronarica. 

La ricerca ha valutato l'incidenza di questo rischio 
misurando i livelli di COHb nei fumatori di tabacco 
e di marijuana; sono stati analizzati separata- 
mente gli effetti acuti (aumento immediato e tran- 
sitorio della COHb provocato direttamente dalla 
singola dose) e gli effetti cronici (aumento per- 
manente provocato dall'accumulo delle dosi). 

Sono stati analizzati tre gruppi di soggetti: 

MS (n. 115): fumatori di sola marijuana, a dosaggi 
equivalenti a 2,8 spinelli al giorno; 

TS (n.52): fumatori di tabacco con dosaggi di un 
pacchetto al giorno; 

MTS (n.104): fumatori di marijuana e tabacco (2,7 
spinelli e 13 sigarette al giorno). 

Ne è risultato che l'effetto acuto era per i MS 
quattro volte superiore a quello dei TS. Ciò sa- 
rebbe dovuto, secondo gli AA, al fatto che la ma- 
rijuana viene aspirata più a fondo e più a lungo 
del tabacco. Poiché d'altra parte uno degli effetti 
del THC è quello di aumentare la frequenza delle 
pulsazioni, ciò significa un aumento di rischio di 
crisi acuta per coloro che hanno una preesistente 
situazione di sofferenza delle arterie coronariche. 
Gli effetti cronici sono invece inferiori per i MS, in 
cui il livello di COHb è inferiore a quello dei TS e 
dei MTS. Secondo gli AA, ciò dipende essenzial- 
mente dalla differenza di dosaggio: i TS, a diffe- 
renza dei MS, fumano ad intervalli troppo brevi 
per permettere uno smaltimento della COHb. Sul 
piano pratico, ciò determina un più alto livello di 


2 




Droghe leggere 


rischio cronico, cioè permanente, nei TS e nei 
MTS. 

La frequenza e la profondità dell'aspirazione, e il 
lasso di tempo in cui il fumo viene trattenuto nei 
polmoni sono quindi i fattori determinanti del ri- 
schio di aumento di COHb per uso di marijuana 
fumata, il rischio è indipendente dalla potenza 
farmacologica, e cioè dal tasso di THC, ma è le- 
gato alla quantità di sostanza fumata. 

La possibilità di aumentare la COHb appare, sul 
piano pratico, l'unico rischio realmente dimostrato 
dell'uso di cannabis fumata, limitatamente ai sog- 
getti affetti da patologia coronarica. 

Dal contesto della ricerca si può dedurre che tale 
rischio potrebbe essere ridotto (a) limitando la 
quantità di sostanza fumata (ad esempio evitando 
di fumare marijuana assieme al tabacco) e (b) fu- 
mando con una tecnica che attenui l'impatto del 
fumo suH'assorbimento polmonare (Tashkin et al: 
"Acute and Chronic Effects of Marijuama Smoking 
Compared with Tobacco Smoking on Blood 
Carboxyemoglobin Levels", su op.cit., pp. 27-31). 


C) EFFETTI SULLA CAPACITA' DI GUIDA. 

In che misura l'uso di cannabis incide sulla capa- 
cità di guida? A tutto il 1982, pochi studi avevano 
indagato a fondo la questione (cfr. Arnao 1982, 
pp.93-98 e p.220). 

Una ricerca di Gieringer ha cercato di approfon- 
dire l'argomento, analizzando criticamente tutti gli 
studi finora eseguiti. 

L'A inizia con una breve rassegna delle ricerche 
di laboratorio. 

Studi al simulatore hanno constatato general- 
mente una diminuzione della capacità di guida, 
ma anche una tendenza ad abbassare la velocità 
e ad evitare comportamenti rischiosi; al contrario 
dell'alcool, che , come è noto, induce alla guida 
veloce e spericolata. Altra importante differenza 
sta nel tempo di reazione che con l'uso di alcool 
aumenta, e con quello di cannabis rimane inalte- 
rato. 

Questi dati trovano conferma in una ricerca di 
Hansteen - Miller - Lonero - Reid, in cui 38 sog- 
getti, sottoposti a diversi dosaggi di cannabis e di 
alcool, hanno affrontato prove di guida su vere 
auto in percorsi obbligati. Ne è risultato che un 
dosaggio di 5.9 - 6.8 mg di THC (pari a uno spi- 
nello di 600-700 mg di marijuana all'1%), deter- 
mina complessivamente una diminuzione della 
capacità di guida di livello inferiore ad un dosag- 
gio di alcool corrispondente ad una alcolemia 


dello 0.07% (due bicchieri di vino), inferiore al li- 
mite (0.08) tollerato dalla legge dei paesi occi- 
dentali (cfr. Hansteen et al: "Effects of Cannabis 
and Alcohol on Automobile Driving and 
Psychomotor Tracking" in Dornbush - Freedman 
- Fink [a cura di]: "Chronic Cannabis Use", New 
York Academy of Science, 1976) 

Gieringer prende poi in esame una serie di ricer- 
che basate sulla ricerca dei metaboliti della can- 
nabis e di altre droghe nel sangue in casi di inci- 
denti stradali. 

Fra il 1978 e il 1981 Mason - McBay hanno ese- 
guito in North Carolina uno studio su 600 vittime 
di incidenti definiti "one car" (che hanno cioè 
coinvolto soltanto una automobile, e sono quindi 
avvenuti per responsabilità preminente di chi era 
alla guida). L'esame del sangue ha rilevato: 

- THC in livelli ematici superiori a 3ng/ml nel 
7,8% dei casi, di cui il 5,3% (sul totale dei casi) 
aveva anche tassi alcolemici superiori al 0,10%; 

- alcool presente nel sangue nel 79,3% dei casi; 

- metaqualone presente nel 6,2%, e barbiturici 
nel 3% dei casi. 

Una ricerca di Cimbura in Ontario su 1169 sog- 
getti (autisti o pedoni) coinvolti in incidenti mortali 
fra il 1982 e il 1984 ha riscontrato: 

- nel 10,9% dei soggetti presenza nel sangue di 
THC a livelli superiori a 1 ng/ml; fra questi nel 
7,4% (sul totale dei casi) vi era anche un tasso 
di alcool superiore allo 0,08%; - nel 57,1% al- 
cool presente nel sangue. 

Una ricerca di Williams et al su 440 autisti (di età 
fra i 25 e i 34 anni) deceduti per incidenti stradali 
in California fra il 1982 e il 1983 ha riscontrato: 

- THC a livelli di 0,2-0, 9 ng/ml nel 14% dei casi; 

- THC fra 1 e 1 .9 ng/ml nell'8%; 

- THC fra 2 e 4.9 ng/ml nel 9.6; 

- THC di 5 ng/ml e oltre nel 5.2% 

- fra i soggetti positivi per il THC 
(complessivamente il 37%) il 25% (sul totale) 
aveva un tasso alcolemico superiore a 0,10%, il 
5% un tasso alcolemico inferiore a 0.10% e il 7% 
(sul totale) presenza nel sangue di altre droghe; 

- alcool da solo nel 70% dei casi; 

- cocaina da sola nell'1 1% dei casi. 

Questi dati vanno interpretati tenendo presenti al- 
cuni parametri di valutazione. 

Riguardo all'alcool, la maggior parte degli inci- 
denti stradali avviene con tassi fra lo 0.08 e lo 
0.10% (cfr. Canadian Government Commission of 


3 




Droghe leggere 


Inquiry: "Final Report", p.394), e questi valori 
vanno quindi considerati indicativi di alterazione 
della capacità di guida. 

I livelli ematici di THC partono da valori di circa 50 
ng/ml subito dopo l'assunzione, rimangono at- 
torno ai 10 ng fino alla seconda ora, per scendere 
sotto 1 ng/ml dopo tre-quattro ore (cfr. King - 
Teale - Marks: "Aspetti biochimici della cannabis" 
in Graham [a cura di]: Hashish e marijuana", 
Newton Compton 1979, p.109 e Morgan: 

"Marijuana Metabolism in thè Context of Urine 
Testing for Cannabinoid Metabolite" in JPD, voi 
20/1, 1988,pp.108-109). Poiché il periodo di ef- 
fetto psicoattivo della cannabis è generalmente 
valutato non superiore alle tre ore (cfr. Weil - 
Zinberg - Nielsen: "Clinical and Psychological 
Effects of Marijuana in Man" in Grupp [a cura di]: 
"Marijuana", Merril 1971, p. 1 64), si può ragione- 
volmente ritenere che livelli inferiori ai 3 ng/ml 
corrispondono ad uno stato di intossicazione 
molto leggero: ciò spiega tra l'altro perché la ri- 
cerca di Mason abbia considerato soltanto i tassi 
superiori ai 3 ng/ml come possibili causa di inci- 
dente. Inoltre, Gieringer fa notare come tassi di 
THC fino a 2,5 ng/ml possano realizzarsi anche 
molte ore dopo l'uso, quindi non dimostrino uno 
stato di intossicazione in atto. 

D'altra parte, l'intossicazione da marijuana non è 
necessariamente la causa degli incidenti. La ri- 
cerca di Williams ha cercato di chiarire questo 
dato essenziale, attraverso una serie di parametri 
che quantificavano la responsabilità dei soggetti 
nella dinamica dell'incidente. L‘"indice di respon- 
sabilità 1 ', è stato cosi' valutato: 

- i guidatori che erano sotto l'effetto dell'alcool 
assieme ad altre droghe erano responsabili nel 
95% dei casi; 

- i guidatori sotto l'effetto di alcool nel 92%; 

- i guidatori che non avevano usato alcuna 
droga nel 71%; 

- i guidatori sotto l'effetto di marijuana nel 53%. 
Da questi dati risulta che l'intossicazione con ma- 
rijuana si è concretata come fattore di rischio con 
una incidenza inferiore ai casi in cui i soggetti non 
erano sotto l'effetto di alcuna droga. 

Valutando complessivamente le ricerche prese in 
esame, Gieringer stima che nell'8-1 1% dei casi di 
mortalità vi era un livello di THC indicativo di un 
effettivo stato di intossicazione in atto, cioè supe- 
riore a 2, 0-3,0 ng/ml, ma soltanto nel 2,8 -4,8% 
un livello superiore a 5 ng/mi, indicativo di una ef- 
fettiva e rilevante alterazione delle capacità. 


D'altra parte, il fatto che dall'81 all'87% dei sog- 
getti positivi per THC erano anche positivi per 
l'alcool, porta l'incidenza dei casi in cui era pre- 
sente soltanto THC a valori di 1 ,8% per tassi in- 
dicativi di intossicazione e di 0,54% per tassi 
superiori a 5 ng/ml. Ciò induce l'A a ritenere che 
gran parte degli incidenti dei soggetti positivi per 
THC non dipende dalla cannabis ma dall'alcool, a 
a concludere che: 

"la marijuana di per sé sembra essere un fattore 
di rischio minore o irrilevante negli incidenti mor- 
tali.(...) Non è probabile che l'eliminazione della 
marijuana possa avere un impatto favorevole 
sulla sicurezza pubblica fino a che i consumatori 
continueranno ad usare altre droghe, e in parti- 
colare l'alcool. (...) In questa luce, è ironico che la 
corrente tecnologia di ricerca di droghe nelle 
urine rifletta un pregiudizio opposto, essendo al- 
tamente intollerante con la marijuana ma non con 
l'alcool. (...) La diffusione dei test sulla marijuana 
sembra basarsi su profondi pregiudizi sociali e 
politici più che su una effettiva evidenza scienti- 
fica". (p.100) 


CANNABIS E VIOLENZA 

CANNABIS FARMACOLOGIA 

vedi Drug Policy 1989-1990 pp 352-353 

DOSE LETALE: vedi Drug Policy 1989-1990 pp 
352-353 

vedi anche Grinspoon "Marijuana reconsidered" 
pp 252-253 

La dose letale è di 20-40 Kg. 

FATTORE DI SICUREZZA (RAPPORTO DOSE 

EFFICACE/DOSE LETALE): CONFRONTO 

ALCOL-CANNABIS 

Per la cannabis è 1/20.000 - 1/40.000 

ALCOL dose EFFICACE CONCENTRAZIONE 
EMATICA 0.05-0.10% 

DOSE letale 0.4-0.5% 

FATTORE DI SICUREZZA = DA 4 A 10 
(FONTE: Mikuriya su "New Physician" 1969) 
dose letale secondo Milam-Ketcham: 

0.3 dose minima letale / 0.4 dose media per coma 
/ 0.5 dose media per effetti negativi su funzione 
cardiaca e respiratoria / 0.6 dose letale per la 
maggioranza dei casi 

livello di 0.2 corrisponde all'ingestione di 8 lattine 
di birra da parte di un soggetto maschio del peso 
di 68 kg 


4 




Droghe leggere 


(Milam-Ketcham: "Under thè infiuence" 1981 
books n.415) 

DATI USA SU MORTALITÀ' E RICOVERI DI 
EMERGENZA PER CANNABIS 
1982 DAWN 199.000 casi in USA 
casi di ricoveri di emergenza 
5295 di cui solo il 22% non associato ad altre so- 
stanze (1164) 

(NIDARM 61,p.18) 

1985 DAWN 

casi di morte con “menzione" di sola cannabis: 1 , 
contro 29 per aspirina e 48 per tranquillanti 
(NIDA: Annual data 1985 , pp. 58 e 64 n.628) 
ricoveri di emergenza 1338 casi per cannabis da 
sola, contro 5451 casi per tranquillanti e 26889 
per aspirina 

1987 DAWN 

casi di morte collegati con cannabis da sola: 0 
contro 30 per aspirina eli per tranquillanti 
ricoveri: 1744 casi per cannabis da sola contro 
2627 per aspirina (NIDA: Annual Data 1987) 

(onte : ARCHIVIO PARTITO RADICALE 

** ( SIDAnet Information ) ** 


2 File : A64192.ITA 


“LA MARIJUANA" 

di Lester Grinspoon 

da "Le Scienze" edizione italiana di "Scientific 
American" numero 19, marzo 1970, anno III, vo- 
lume IV. 

Ripubblicato da: CORA - OSSERVATORIO 
DELLE LEGGI SULLA DROGA - Documenti 
Prefazione a cura di Carla Rossi, hanno collabo- 
rato Giuseppe Lorenzi e Simonetta Verità - 
MILLELIRE STAMPA ALTERNATIVA - 
Informazioni sul proibizionismo a cura di Marcello 
Baraghini e Maurizio Turco - 21 luglio 1992 


PREFAZIONE: a cura di Carla Rossi 
Questo articolo, pubblicato per la prima volta su 
"Le Scienze" più di venti anni fa, non ha perso il 
suo interesse scientifico. Ripubblicarlo oggi, 
neH'ambito di un dibattito sulla legge 1 62/90 sula 
droga e sul suo impatto, riveste un interesse par- 
ticolare in quanto, permette di evidenziare come 
leggi “perverse" possano rendere pericolose e a 
volte mortali sostanze di per se pressoché inno- 
cue. 



Se poi si confronta il documento della Drug Policy 
Foundation, riportato nel IV rapporto OLD - aprile 
1992 , che riesamina 20 anni di fallimenti nella 
strategia andina degli Stati Uniti, tesa 
all'eradicamento delle colture prima di marijuana 
e poi di coca, che sono state seguite regolar- 
mente da un'espansione selvaggia del mercato e 
dal passaggio a sostanze sempre più pericolose 
e alla crescita del potere economico e politico di 
organizzazioni criminali sempre più agguerrite, si 
è indotti all'amara constatazione della sequenza 
di errori delle varie politiche intraprese dai Paesi 
Occidentali, che sembra che non siano ormai più 
in grado di governare il fenomeno e neppure di 
immaginare come mettere a frutto i numerosi 
insuccessi ottenuti. 

Credo che questo documento dovrebbe far anche 
riflettere quanti sembrano non accogliere 
l'urgenza di pervenire alla separazione dei mer- 
cati delle cosiddette droghe leggere e pesanti 
mediante una politica illuminata di tipo olandese, 
che riporti le sostanze leggere al loro giusto va- 
lore e "pericolosità", ostacolando quel passaggio 
dall'uso di droghe leggere a quello di droghe pe- 


5 




Droghe leggere 


santi tanto sbandierato dai difensori del divieto ad 
ogni costo, mai provato statisticamente in modo 
attendibile, e reso possibile, e addirittura indotto, 
essenzialmente dagli interessi delle organizza- 
zioni criminali che governano il mercato clande- 
stino di tutte le droghe. 

Non è la sostanza ad essere pericolosa, come 
scientificamente provato e noto già da oltre venti 
anni, come dimostra il presente documento mai 
smentito, è l'attuale gestione del mercato delle 
sostanze a rendere pericolosa la marijuana facili- 
tando il passaggio ad altre sostanze e soprattutto 
la legge che porta in carcere anche i semplici 
consumatori di sostanze leggere a renderle a 
volte anche mortali. 


LA MARIJUANA 

Si può dimostrare che si tratta di una droga di 
modesta tossicità. La sua notorietà solleva un in- 
teressante dibattito prò e contro il suo uso. 

di Lester Grinspoon 

[Insegna psichiatria alla Harvard Medicai School 
di Boston. Membro della commissione esamina- 
trice dell'America Board of Psychiatry and 
Neurology. 

Consulente della scientifico della National 
Organisation for thè Reform of Marijuana Laws, 
membro del Consiglio Consultivo della Drug po- 
licy Foundation. E' consulente giuridico di alcuni 
stati americani: New Jersey, Colorado, 

Washington, New York, Vermont e 
Massachussetts. E' autore di una proposta per la 
legalizzazione e la tassazione delle droghe.] 


La prima testimonianza dell'uso della marijuana si 
trova in un compendio cinese di medicina, 
l'erbario dell'imperatore Shen Nung del 2737 a.c. 
Il suo uso come stupefacente si estese dalia Cina 
all'India, poi all'Africa settentrionale e di qui, in- 
fine, all'Europa, circa nel 1800 dopo Cristo, forse 
portata da truppe dell'esercito napoleonico che 
tornavano dalla campagna d'Egitto. Nel nuovo 
mondo la marijuana era conosciuta da secoli 
neH'America meridionale e centrale, ma negli Stati 
Uniti non ebbe largo impiego fino al 1920 circa. 
Poiché la pianta della canapa, o "Cannabis sa- 
tiva", da cui si ricava la droga sotto varie forme, è 


una pianta erbacea che cresce spontaneamente 
in molti climi, non è possibile sapere esattamente 
quale sia la sua diffusione attuale nel mondo. 
Secondo un'indagine eseguita dalle Nazioni 
Unite, coloro che usavano la droga nel 1950 
erano circa 200 milioni, soprattutto in Asia e in 
Africa. 

La canapa è stata a lungo usata nella storia come 
pianta tessile, come droga nelle cerimonie tribali e 
come medicinale, specie in India, Nel XIX secolo 
la droga veniva spesso prescritta nel mondo 
occidentale per diversi disturbi, come la tosse, 
l'esaurimento, i reumatismi, l'asma, il delirium tre- 
mens, l'emicrania e i dolori mestruali. Per quanto 
il suo uso stesse già alquanto diminuendo in se- 
guito all'introduzione dei narcotici e analgesici 
sintetici, rimase nella farmacopea statunitense 
fino al 1937. Le limitazioni decretate dalla legge 
1937 determinarono la sua esclusione dalla lista 
dei medicinali. 

Ad ogni modo, in tutti i tempi la pianta della ca- 
napa ha suscitato interesse soprattutto per le sue 
proprietà di euforizzante. Sembra che il nome 
marijuana sia una corruzione del vocabolo por- 
toghese mariguango, che significa bevanda ine- 
briante. La diffusione della droga è messa in 
evidenza dalla moltitudine di termini dialettali con 
cui è conosciuta; per esempio negli Stati Uniti 
prende i nomi di “weed" (erbaccia), "grassa" 
(erba), "pot", "tea", "marijuana" ed altri ancora, e 
la si fuma quasi sempre in sigarette chiamate 
"reefers" o "joints". Altrove si prende spesso 
come bevande o mescolata ai cibi, per esempio 
dolciumi. 

La droga varia molto in qualità ed efficacia, a se- 
conda del clima, terreno, coltivazione e metodo di 
preparazione. Essa si ricava quasi esclusiva- 
mente dalla pianta femminile. Le infiorescenze e 
le foglie apicali quando la pianta è matura si ri- 
coprono di una resina appiccicosa giallo-dorata, 
con un profumo di menta: questa contiene le so- 
stanze attive. Si preparano tre qualità di droga, 
indicate con nomi indiani. La qualità più econo- 
mica e meno efficace, chiamata "bhang", si ricava 
dagli apici di piante selvatiche e ha un basso 
contenuto di resina. La maggior parte della ma- 
rijuana che si fuma negli Stati Uniti è questa qua- 
lità. 

Per gli Indù di palato fine il bhang è un rozzo sur- 
rogato del "ganja", un pò come la birra rispetto a 
un buon whisky scozzese, ed è disprezzato da 


6 




Droghe leggere 


tutti, tranne i più poveri. Il ganja si ottiene dalle 
cime fiorite e dalle foglie di piante coltivate e 
selezionate. Il terzo tipo di droga di qualità ancora 
superiore, chiamato in India "charas 11 , è costituito 
dalla resina stessa, raschiata con cura dagli apici 
delle piante mature. 

Solo questo tipo di droga è il vero "hashish"; 
l'opinione diffusa che questo nome si riferisca a 
una qualsiasi droga derivata dalla canapa è sba- 
gliata . Il charas, o hashish, è da 5 a 8 volte più 
efficace della migliore marijuana reperibile negli 
Statui Uniti. 

La composizione chimica delle droghe della ca- 
napa è estremamente complessa e non del tutto 
nota. Negli anni '40 si scoprì che i costituenti attivi 
sono vari isomeri del tetraidrocannabinolo. 
Recentemente è stato sintetizzato l'isomero 
delta-1: si pensa che questo sia il componente 
attivo principale della marijuana. L'efficacia della 
droga, però dipende probabilmente anche da altri 
componenti e dal modo in cui viene presa. Sono 
stati preparati circa 80 derivati del cannabinolo, e 
alcuni di essi sono stati sperimentati su animali o 
su volontari, per studiarne l'azione. 

Gli effetti della canapa (usata qui come termine 
generale per indicarne l'insieme dei prodotti 
psicotropi ricavati dalla pianta) negli animali sono 
limitati al sistema nervoso centrale. La droga non 
altera sensibilmente il comportamento dei ratti o 
topi, o il semplice apprendimento nei ratti; tuttavia 
calma i topi resi aggressivi dall'isolamento e nei 
cani provoca uno stato soporoso con sogni che 
ricorda l'ultimo stadio dell'effetto della droga 
sull'uomo. In forti dosi la canapa produce negli 
animali sintomi come vomito, diarrea, tremori fi- 
brillari e mancanza di coordinazione muscolare. 
Per alcuni animali sono state stabilite le dosi le- 
tali; per esempio nei gatti la dose letale per via 
orale è di tre grammi di charas, otto grammi di 
ganja o dieci grammi di bhang per chilogrammo di 
peso corporeo. Ai cani sono state dosi molto alte 
senza provocare decessi; anche tra gli uomini 
non è stato registrato nessun caso di morte. Gli 
effetti psichici della droga sono stati descritti fre- 
quentemente in letteratura. Molto tempo fa 
l'hashish ricevette una fama sinistra dagli scritti di 
letterati, in particolare il gruppo degli scrittori 
francesi (Baudelaire, Gautier, Dumas padre e al- 
tri) che formavano il "club des Hachichins" (ossia 
dei fumatori di hashish) nella Parigi del decennio 
1850-60. 1 loro resoconti, scritti sotto l'influenza di 
grandi quantità di hashish, debbono essere ridi- 


mensionati come esagerazioni che non si appli- 
cano all'uso moderato della droga. Si supponeva 
che l'hashish fosse stato la causa della psicosi e 
della morte di Baudelaire, ma questa diceria tra- 
scura il fatto che egli era un alcolizzato affetto di 
sifilide terziaria. 

Bayard Taylor, scrittore, conferenziere e viaggia- 
tore americano, provò su di se la droga durante 
una visita in Egitto nel 1854, e ne descrisse 
accuratamente l'azione. 

"Durante la mezz'ora di durata dell'effetto, non fui 
tanto influenzato dalla droga da non poter stu- 
diare con chiara percezione i cambiamenti che 
subivo. Notai attentamente il diffondersi di fini 
sensazioni per tutto il tessuto delle mie fibre 
nervose, e ogni fremito mi aiutava a liberare il 
corpo della sua natura terrestre e materiale, fin- 
ché la mia carne mi apparve più leggera dei va- 
pori dell'atmosfera; e mentre sedevo nella quiete 
del crepuscolo egiziano mi aspettavo di essere 
sollevato e portato via dalla brezza che incre- 
spava il Nilo. Mentre queste sensazioni conti- 
nuavano, gli oggetti da cui ero circondato as- 
sunsero un'espressione strana e bizzarra... 
scoppiai in un lungo accesso di risate. 
L'allucinazione scomparve gradualmente come 
era venuta; fui sopraffatto da una sonnolenza 
dolce e piacevole e caddi in un sonno profondo e 
ristoratore". 

Forse la relazione clinica più particolareggiata è 
quella dell'illustre psichiatra di New York, Walter 
Bromberg, che nel 1934 descrisse gli effetti psi- 
chici della droga basandosi su molte osservazioni 
e colloqui con persone sotto l'influenza della ma- 
rijuana, e sulla propria esperienza. 

"Lo stato di intossicazione inizia con un periodo di 
ansietà da dieci a trenta minuti dopo aver fumato, 
durante il quale il soggetto alle volte mostra paura 
di morire e ansietà di natura vaga, associate a ir- 
requietezza e iperattività. Nel giro di alcuni minuti 
comincia a sentirsi più calmo e subito mostra 
chiari segni di euforia; diventa loquace... si ralle- 
gra e si esalta... comincia ad avvertire uno stu- 
pefacente senso di leggerezza agli arti e al 
corpo... ride fragorosamente e senza controllo... a 
volte senza il minimo stimolo... ha la sensazione 
che la sua conversazione sia spiritosa e bril- 
lante... il rapido fluire di idee da l'impressione di 
vivezza di pensiero e di osservazione, ma è evi- 
dente la confusione quando tenta di ricordare 


7 




Droghe leggere 


quello che aveva pensato... egli può cominciare 
ad avere allucinazioni visive... lampi di luce o im- 
magini amorfe di vivido colore che si evolvono e 
sviluppano in figure geometriche, strutture, visi 
umani e dipinti di grande complessità... Dopo un 
periodo più o meno lungo che può durare fino a 
due ore, il fumatore diventa sonnolento, cade in 
un sonno senza sogni e si risveglia senza provare 
effetti fisiologici secondari e col ricordo chiaro di 
ciò che era accaduto durante lo stato tossico". 

La maggior parte degli osservatori considerano la 
relazione di Bromberg come una descrizione 
completa di tutti i fenomeni che avvengono du- 
rante l'intossicazione. Molti studiosi ritengono che 
gli effetti del fumo della marijuana da cinque a 
dodici ore. Per colui che ne fa uso per la prima 
volta, l'ansietà che talvolta si presenta inizial- 
mente può essere alleviata dalla presenza di 
amici; coloro che si drogano abitualmente parlano 
a volte di “felice ansietà". E' oggi discussione che 
l'intossicazione aumenti sensibilità agli stimoli 
esterni, riveli particolari di solito trascurati, faccia 
sembrare più brillanti e più splendidi i colori, metta 
in luce valori nelle opere d'arte che prima ave- 
vano poco o punto significato agli occhi 
dell'osservatore e aumenti la sensibilità alla mu- 
sica. Molti musicisti di jazz hanno detto che suo- 
nano meglio sotto l'influenza della marijuana, ma 
questo non è stato obiettivamente confermato. 

Il senso del tempo è distorto: dieci minuti possono 
sembrare un'ora. Stranamente, c'è spesso una 
scissione della coscienza cosicché il fumatore, 
sotto l'effetto della droga, è nello stesso tempo un 
osservatore obiettivo della propria intossicazione. 
Può, per esempio, essere afflitto da pensieri pa- 
ranoici, ma nello stesso tempo essere 
ragionevolmente obiettivo su di essi e perfino ri- 
derci sopra e farsene beffe, e in un certo senso 
rallegrarsene. La capacità di mantenere un grado 
di obiettività può spiegare il fatto che molti di 
quelli che fanno uso abituale di marijuana rie- 
scono a comportarsi in pubblico in modo perfet- 
tamente equilibrato, anche quando sono forte- 
mente intossicati. 

La marijuana è nettamente distinta da altri alluci- 
nogeni come l'LSD, il DMT, la mescalina, il 
peyote e psilocibina. Benché produca alcuni ef- 
fetti simili, è molto meno potente di queste altre 
droghe. Non altera fortemente la coscienza e non 
porta ad assuefazione. Inoltre di solito i fumatori 
di marijuana possono valutarne accuratamente gli 
effetti e perciò regolare la assunzione di droga 


fino alla quantità necessaria per produrre il grado 
desiderato di euforia. 

Consideriamo ora ciò che sì è ricavato dai tenta- 
tivi di ottenere misurazioni obiettive degli effetti 
psicologici, fisiologici, psichici e sociali dell'uso 
della marijuana. Esiste una vasta letteratura, che 
spazia per più di un secolo, e che si è particolar- 
mente arricchita negli anni '60. 

Una ricerca approfondita sui vari aspetti del pro- 
blema della marijuana fu condotta negli anni 30 
da una commissione designata dal sindaco di 
New York Fiorello La Guardia, In questo lavoro 
Robert S.Morrow esaminò gli effetti della droga 
sulle funzioni psicomotorie e su alcune capacità 
sensoriali. Egli trovò che anche in forti dosi la 
marijuana non influenzava la prontezza della ri- 
sposta a semplici stimoli. Non indeboliva neppure 
l'acutezza dell'udito, l'abilità musicale o la capa- 
cità di valutare brevi intervalli di tempo o brevi di- 
stanze. 

Influenzava invece la fermezza della mano e del 
corpo e il tempo di reazione a stimoli complessi. 

Più recentemente Lincoln D. Clark ed Edwin 
N.Nakashima del College of Medicine 
dell'Università dell'Utah utilizzarono otto test di 
percezione, coordinazione e apprendimento 
nell'esaminare soggetti che ricevevano dosi di 
marijuana per bocca. 

Essi trovarono che le prestazioni in sei prove su 
otto non erano peggiorate neppure con alte dosi 
di droga. Vi era stato uno scadimento della 
prestazione solo nel test del tempo di risposta e 
nell'apprendimento di un cifrario. Tuttavia nel 
caso del primo test questa conclusione era ba- 
sata su due soli soggetti, e per il secondo si ba- 
sava su cinque soggetti, uno dei quali in realtà 
mostrava un miglioramento, nel corso degli espe- 
rimenti. Andrew T.Weil, Noeman E.Zinberg e 
Judith M.Nelsen della Boston University School of 
Medicine recentemente sottoposero ad altre 
prove due gruppi differenti di soggetti, l'uno co- 
stituito da fumatori abituali di marijuana, l'altro da 
persone che provavano la droga per la prima 
volta. Per quanto riguarda la capacità di mante- 
nere un'attenzione continua, la prestazione di en- 
trambi i gruppi non fu influenzata dalia droga a 
qualsiasi dosaggio. 

Nelle prove di riconoscimento (prova di sostitu- 
zione di una cifra con un simbolo), il gruppo dei 


8 




Droghe leggere 


"neofiti" mostrò qualche peggioramento sotto 
l'effetto delia droga, ma le prestazioni dei fumatori 
incalliti di marijuana non peggiorarono significati- 
vamente, anzi ad alte dosi mostrarono una ten- 
denza al miglioramento. Nelle prove di coordina- 
zione muscolare e di attenzione i risultati furono 
uguali a quelli della prova precedente, ma in que- 
sto caso il miglioramento della prestazione dei fu- 
matori abituali avrebbe potuto essere semplice- 
mente dovuto all'esperienza. Nove soggetti che 
ricevevano la droga per la prima volta furono sot- 
toposti anche a una prova per studiare gli effetti 
sul loro senso del tempo. Prima di prendere la 
droga i soggetti avevano dimostrato di poter va- 
lutare un periodo di cinque minuti con un errore di 
due minuti. Dopo aver ricevuto un sostituto inef- 
ficace della droga (placebo) nessun soggetto 
cambiò la sua valutazione dellintervallo di cinque 
minuti. Durante l'intossicazione con dose bassa 
tre soggetti grosso modo raddoppiarono la valu- 
tazione dei cinque minuti e sotto forte dose qua- 
druplicarono la valutazione. 

Nello studio della commissione La Guardia, 
Florence Halperm si occupò delle ricerche sugli 
effetti della marijuana riguardo alle funzioni 
intellettive. La studiosa trovò che i punteggi dei 
soggetti nelle prove di intelligenza, specie dove 
erano considerati concetti numerici, tendevano a 
diminuire durante gli ultimi stadi 
dell'intossicazione. Le loro prestazioni tornavano 
successivamente alla normalità. Il alcune prove di 
memoria e di facilità verbale le prestazioni non 
venivano peggiorate oppure venivano migliorate 
sotto l'effetto di dosi basse di droga. La ricerca- 
trice quindi concluse che quando il rendimento 
intellettuale si abbassava, ciò era dovuto solo a 
una diminuzione di prontezza e precisione du- 
rante l'intossicazione. 

Diversi ricercatori, tra i quali alcuni membri della 
commissione La Guardia, il gruppo di Weil ed al- 
tri, hanno esaminato gli effetti fisici e fisiologici 
dell'intossicazione della marijuana. 

Occasionalmente possono insorgere nausea, vo- 
mito e diarrea, specie se la droga è presa per 
bocca. Tuttavia di solito i sintomi sgradevoli che 
accompagnano l'intossicazione sono lievi. Si pos- 
sono avere leggeri tremori, una lievissima dilata- 
zione delle pupille accompagnata da una rallen- 
tata risposta pupillare alla luce e una debole 
mancanza di coordinazione. E' stato osservato un 
aumento della frequenza cardiaca, inoltre si può 
avere un leggero aumento della pressione san- 


guigna. L'urinazione tende ad aumentare come 
frequenza e forse come quantità. Spesso la 
bocca e la gola si inaridiscono, causando sete. 
Uno dei più singolari effetti dell'intossicazione è 
un senso di fame. Inoltre il cibo viene apprezzato 
in maniera particolare cosicché una persona sotto 
l'influenza della droga può avvicinarsi ad un piatto 
ordinari con l'anticipazione festosa di un buongu- 
staio. Questo effetto suggerisce l'idea che la 
droga possa essere utile nel trattamento di quello 
stato patologico caratterizzato da perdita 
dell'appetito che va sotto il nome di anoressia 
nervosa. 

Ci sono numerose prove che la marijuana non sia 
una droga che dà assuefazione: cessarne l'uso 
non provoca sintomi di disassuefazione e il fuma- 
tore abituale non sente il bisogno di aumentarne 
la dose. I ricercatori hanno trovato che l'abitudine 
alla droga non è forte come quella al tabacco e 
all'alcool. Bromberg conclude che la marijuana 
non produce abitudine e che sviluppa "gli ele- 
menti edonistici della personalità". E' certamente 
possibile che alcune persone questo fatto sia 
causa di una dipendenza della droga per 
l'esperienza del piacere o per il sollievo dato al 
dolore psichico. Può tale uso definirsi abuso di 
droga? Il termine "abuso" è difficile da precisare e 
la sua interpretazione varia in funzione della cul- 
tura e delle consuetudini. Se si misura l'abuso in 
termini di pericolo per l'individuo e la società, al- 
lora si deve far notare che, benché i pericoli 
dell'alcoolismo e anche del bere in società siano 
ben precisi, il bere in società non è considerato 
abuso. I pericoli dell'uso della marijuana, d'altra 
parte, non sono stati ancora determinati. 

La posizione sfavorevole del pubblico statuni- 
tense nei confronti della marijuana risente di vari 
giudizi. Questo in parte è risultato di una 
"campagna educativa" iniziata negli anni 30 dal 
Federai Bureau of Narcotics (da allora ribattez- 
zato Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs), 
campagna che ha disseminato molte informazioni 
false o distorte sulla droga. Vi sono poi fattori 
culturali e sociali che contribuiscono a rafforzare i 
timori del pubblico nei riguardi della marijuana . 
Le vestigia della morale protestante, ancora po- 
tente negli Stati Uniti, condannano la marijuana 
come un oppiaceo, usato solo per soddisfare il 
piacere (mentre l'alcool è accettato perché lubri- 
fica le ruote del commercio e catalizza i rapporti 
sociali). L'effetto della marijuana, che produce 
uno stato di introspezione e di passività fisica, 


9 




Draghe leggere 


ripugna a una tradizione culturale che apprezza 
l'attività, l'aggressività e l'arrivismo. Forse i pre- 
giudizi sociali hanno la loro parte nell'allarmismo 
che circonda la droga: questi pregiudizi proven- 
gono dalle vecchie generazioni, che vedono nella 
marijuana il simbolo della alienazione dei giovani, 
e dalla popolazione di razza bianca che, forse, in 
gran parte inconsciamente, considera la ma- 
rijuana una droga "di colore" che sta rapidamente 
invadendo la loro comunità. Infatti, fino a poco 
tempo fa, la marijuana veniva fumata princi- 
palmente nei ghetti negri e portoricani e dalle 
persone di origine messicana. Forse non a caso 
alcuni degli Stati del sud hanno le leggi più se- 
vere contro la distribuzione della droga, compor- 
tando pene che vanno fino all'ergastolo e persino, 
in alcuni casi, alla pena di morte. 

Se vogliamo affrontare razionalmente ed 
efficacemente il problema dell'aumento dell'uso 
della marijuana negli Stati Uniti, dobbiamo ovvia- 
mente cercare di eliminare tutti i fattori emotivi 
intorno alla questione e sostituire le dicerie coi 
fatti che si possono determinare. 

Esaminiamo le credenze correnti sulla droga. 

Coloro che usano marijuana sono portati all'uso 
degli stupefacenti? La legge Federale del 1937, 
che mise fuorilegge le droghe ricavate dalla ca- 
napa, portò al loro aumento di prezzo, che fornì 
un incentivo agli spacciatori di stupefacenti a 
smerciare marijuana senza altri rischi legali oltre a 
quelli che già correvano. Ciò mise i fumatori di 
marijuana di fronte alla possibilità di far uso di tutti 
i tipi di droghe e condusse, come era prevedibile, 
un aumento dell'uso di stupefacenti che fu impu- 
tato all'aumento nell'uso della marijuana stessa. 
Nessuna relazione in tale senso è stata trovata in 
parecchi studi che hanno esaminato a fondo la 
questione, compresi quelli della commissione La 
Guardia e le ricerche sull'abuso di stupefacenti 
effettuata dalle Forze Armate per carico del 
Presidente degli Stati Uniti. 

E' vero che l'indagine Federale mise in luce che 
tra coloro che usavano la eroina circa il 50% 
avevano già avuto esperienza con la marijuana; 
tuttavia nell'indagine si trovò anche la maggior 
parte di coloro che erano dediti all'eroina beve- 
vano alcoolici e fumavano tabacco. Non vi sono 
prove per poter affermare che la marijuana con- 
duca all'uso degli stupefacenti più facilmente 
dell'alcool e del tabacco. 


La marijuana porta allora gli individui a un com- 
portamento aggressivo, violento e criminale, 
come hanno sostenuto alcuni ricercatori? In uno 
studio approfondito del problema della marijuana 
a Manhattan, Bromberg non trovò indicazioni in 
tal senso. "Non è stato dimostrato alcun caso di 
assassinio o crimine sessuale dovuto alla ma- 
rijuana". Ristudiando un caso che era stato citato 
dal Federai Bureau of Narcotics, di un uomo che 
aveva confessato di aver assassinato un amico 
sotto l'influsso della marijuana , Bromberg trovò 
l'individuo era un mentitore psicopatico e che non 
c'era nessuna prova che egli avesse mai usato la 
marijuana o qualsiasi altra droga. In Nigeria, uno 
studio di psichiatria, T.Asuni, notò che una comu- 
nità sottosviluppata aveva un'altra incidenza sia di 
crimine che di uso dell'hashish, ma concluse che 
queste statistiche si potevano attribuire alle fru- 
strazioni delle persone piuttosto che a una rela- 
zione tra droga e crimine. Due studiosi indiani, 
R.N. Chopra e G.S. Chopra, in ricerche sull'uso 
della droga, hanno affermato che la canapa, an- 
ziché provocare un comportamento criminale, 
tende a sopprimerlo; l'intossicazione porta a uno 
stato letargico che inibisce qualsiasi attività fisica 
e quindi anche i crimini. La liberazione dalle inibi- 
zioni ha un aspetto verbale piuttosto che di 
comportamento. Sotto l'influenza della droga si 
possono dire cose che di solito non si direbbero, 
ma in genere non si fanno cose estranee alla 
propria natura. 

E' vero che la marijuana provoca il pervertimento 
sessuale? Questa opinione popolare è stata ori- 
ginata in parte dalle fantasie di scrittori licenziosi 
e in parte dal fatto che nel passato, coloro che 
usavano questa droga nel Medio Oriente la 
mescolavano ad afrodisiaci. Non vi sono prove 
che la canapa stimoli il desiderio o il vigore ses- 
suale; questo è ammesso anche da Ahmed 
Benabud, psichiatra marocchino studioso della 
marijuana, che condanna severamente sotto 
l'aspetto psicologico. 

Alcuni drogati raccontano che l'effetto della ma- 
rijuana aumenta il godimento nel rapporto ses- 
suale, Ciò può essere vero nello stesso modo in 
cui viene aumentato il godimento dell'arte e della 
musica. 

La marijuana porta alla degenerazione fisica e 
mentale? Le relazioni di molti ricercatori, specie in 
Egitto e in altri paesi orientali, indicano che i dro- 
gati cronici con estratti concretati di canapa sono 
in effetti tipicamente passivi, improduttivi, pigri e 


10 




Droghe leggere 


totalmente privi di ambizioni. E' possibile che l'uso 
cronico della droga nelle sue forme più forti abbia 
realmente effetti debilitanti come del resto accade 
per l'uso continuato di bevande alcooiiche forti. 

Vi può essere però un'altra spiegazione. Molti di 
coloro che prendono la canapa sono persone af- 
famate, malate, disperate o fallite, che cercano 
attraverso questa droga poco costosa di sfuggire 
a una realtà altrimenti insopportabile. Uno studio 
approfondito sugli studenti di un college che si 
erano dedicati alla marijuana mostrò che la mag- 
gior parte di essi avevano sofferto a lungo di seri 
conflitti interiori o di depressioni prima di iniziare 
l'uso della droga. 

V'è una notevole serie di prove che dimostrano 
che l'uso moderato della marijuana non produce 
alcun decadimento fisico o mentale. Uno dei primi 
e più vasti studi su tale questione fu una ricerca 
condotta dal governo inglese in India nell'ultimo 
decennio del secolo scorso. Si sospetta che il 
vero motivo dell'inchiesta fosse di stabilire che la 
canapa era più pericolosa del whisky scozzese, 
della cui vendita il governo otteneva un grosso 
giro di affari più l'introito della tassa. Nondimeno 
l'inchiesta fu condotta con la tipica imparzialità e 
completezza britannica. 

L'agenzia di ricerca, che aveva il nome di 
Commissione per la Droga della Canapa Indiana, 
intervistò qualcosa come 800 persone, tra cui 
consumatori e commercianti di droga, medici, so- 
vraintendenti di manicomi, personalità religiose e 
altre autorità, e pubblicò nel 1894 un rapporto di 
oltre 3.000 pagine. Esso concludeva che non 
c'era alcuna prova che l'uso moderato di questa 
causasse qualche malattia, o danno mentale o 
morale, o comportasse la tendenza all'eccesso 
più di quanto non avvenisse per l'uso moderato di 
whisky. Negli studi della commissione la Guardia 
nella città di New York, un esame di fumatori 
abituali, che consumavano in media sette siga- 
rette alla marijuana al giorno (una dose relativa- 
mente forte) da un lungo periodo di tempo (la 
media era otto anni), dimostrò che essi non ave- 
vano subito alcun decadimento mentale o fisico 
come risultato del loro uso della droga. 

Uno studio simile compiuto da H.L. Rockmore, 
che avevano esaminato 310 soldati che avevano 
fatto uso di marijuana per un periodo medio di 
sette anni, dette gli stessi risultati. Nello sforzo di 
ottenere una panoramica razionale del problema 
della marijuana si è inevitabilmente portati a fare 
continui confronti tra questa droga e l'alcool e tra 


gli atteggiamenti dell'opinione pubblica verso le 
due droghe. Il "bere in società" è considerato una 
tradizione americana come la torta di mele, e ri- 
cevere un'accoglienza quasi altrettanto favore- 
vole. Eppure anche questa abitudine comporta 
rischi e conseguenze molto seri. Le statistiche 
delle assicurazioni sulla vita mostrano che coloro 
che bevono alcoolici hanno un tasso di mortalità 
più elevato della media in tutte le principali cause 
di decesso (disturbi cardiaci e del sistema circo- 
latorio, cancro, disturbi del sistema digestivo, 
omicidi, suicidi e incidenti automobilistici o d'altro 
tipo). Si è trovato che la maggior parte dei guida- 
tori uccisi in incidenti automobilistici avevano 
bevuto. 

Al contrario, finora non esiste alcuna prova che la 
marijuana contribuisca allo sviluppo di alcun di- 
sturbo organico; e nell'unica ricerca per stabilire il 
suo effetto sulla guida, uno studio condotto 
recentemente dall'ufficio della motorizzazione 
dello Stato di Washington, si è trovato che la ma- 
rijuana diminuisce l'abilità nelle guida molto meno 
di quanto non faccia l'alcool. 

Probabilmente l'imputazione più pesante rivolta 
alla canapa è che essa può provocare varie psi- 
cosi o almeno turbamenti della personalità. 

Esiste una vasta letteratura su questo argomento, 
ed essa si ripartisce in tutte le sfumature di opi- 
nioni. Molti psichiatri in India, Egitto, Marocco e 
Nigeria hanno enfaticamente dichiarato che la 
droga può condurre alla pazzia, altri sostengono 
che ciò non è vero. Una delle autorità più spesso 
citate a sostegno dell'accusa è il marocchine 
Benabud. Egli sostiene che la doga produce una 
sindrome specifica, chiamata "psicosi della ca- 
napa". La sua descrizione dei sintomi che la 
identificano, comunque, non è molto chiara e altri 
ricercatori negano l'esistenza di una tale psicosi, I 
sintomi che sembrano caratteristici di questa sin- 
drome sono comuni anche ad altri stati tossici 
acuti, tra i quali, particolarmente in Marocco, 
quelli relativi alla denutrizione e alle infezioni 
endemiche. 

Benabud valuta che il numero dei fumatori di Kif 
(marijuana) che soffrono di psicosi non sia supe- 
riore al 5 per 1 .000; questa percentuale tuttavia è 
più bassa deN'incidenza di tutte le psicosi valutate 
in popolazioni di altri paesi. Lo psichiatra ameri- 
cano Bromberg, in relazione sulle sue ricerche, 
elencava 31 pazienti le cui psicosi erano attribui- 
bili agli effetti tossici della marijuana. Però sette di 
questi pazienti erano già predisposti alle psicosi, 
la cui insorgenza la droga aveva solo accelerato, 


11 




Droghe leggere 


altri sette furono in seguito riconosciuti schizofre- 
nici, uno fu più tardi diagnosticato come soffe- 
rente di mania depressiva, e un certo numero dei 
rimanenti poteva aver avuto un acuto e tempo- 
raneo attacco di psicosi (la "schizofrenia dei cin- 
que giorni") che si poteva scambiare per una re- 
azione alla droga. 

Bromberg non trovò nessun psicopatico tra i 67 
criminali di un carcere che erano stati consuma- 
tori di droga. Freedman e Rockmore non ne tro- 
varono neanche uno tra i 310 soldati fumatori di 
marijuana e a risultati simili si pervenne in nume- 
rosi altri studi su una gamma di campioni piuttosto 
vasta, I Chopra in India prendendo in esame un 
totale di 1.238 consumatori abituali di canapa, 
trovarono che solo 13 erano psicopatici, un nu- 
mero che rientra nella consueta percentuale 
d'incidenza di psicosi nelle popolazioni occiden- 
tali. Negli studi della commissione La Guardia, 
nove dei 77 soggetti che erano stati accurata- 
mente studiati avevano dei precedenti di psicosi; 
questa alta percentuale potrebbe essere attri- 
buita. comunque, al fatto che tutti questi soggetti 
erano pazienti in ospedali o in istituti. Samuel 
Allentuck e K.H. Bowman, gli psichiatri che pre- 
sero in esame questo gruppo, conclusero che: 
"La Marijuana non produce psicosi in un individuo 
stabile e ben integrato". 

Questo non vuol dire che la droga non possa far 
precipitare uno stato ansioso acuto con preoccu- 
pazioni paranoiche, o, in persone sensibili, per- 
fino una psicosi temporanea. Una droga che alteri 
lo stato di coscienza e distorca le percezioni può 
ben fare evolvere in una reazione schizofrenica 
un "ego“ in equilibrio delicato, sovraccaricato da 
uno stato ansioso. Nei nostro programma di ri- 
cerca clinica al Massachusettes Mental Health 
Center di Boston abbiamo esaminato i casi di 41 
pazienti che erano stati ammessi in stato di 
schizofrenia. Sei pazienti avevano fatto uso di 
marijuana in un'occasione o in un altra, ma in 4 
casi la esperienza della droga era avvenuta molto 
tempo prima della crisi schizofrenica. Negli altri 
due casi uno studio accurato non riuscì ad indi- 
care in modo preciso se la droga avesse fatto 
precipitare o meno la psicosi. 

Si è data poca attenzione alla possibilità che la 
marijuana possa preservare certe persone dalla 
psicosi. Tra i consumatori di droga la percentuale 
di persone affette da nevrosi o da squilibri nella 
personalità è generalmente più alta che tra la 
gente comune, ci si potrebbe pertanto aspettare 


che anche l'incidenza delle psicosi sia più alta in 
quel gruppo. Il fatto che ciò non si verifichi 
suggerisce che per alcuni individui mentalmente 
disturbati, l'evasione procurata della droga possa 
servire a prevenire una crisi psicopatica. 

Un secolo fa un medico francese, Jacques 
Joseph Moreau de Tous, riferiva di aver trattato 
con successo la malinconia e le altre malattie 
mentali croniche con un estratto di canapa. 
Numerosi altri medici in Francia, Germania e 
Inghilterra, provarono la droga, con risultati con- 
trastanti. 

Nel decennio tra il 1940 e il 1950 sorse un certo 
interesse per il SYNHEXYL, un tetraidrocannabi- 
nolo sintetico, che apparentemente curava le psi- 
cosi depressive, ma nell'unico studio accurato su 
questo farmaco si trovò che esso non era più effi- 
cace di un placebo. 

Esperimenti di uso della canapa per aiutare i tos- 
sicomani e recedere dall'uso dei narcotici hanno 
dato risultati più promettenti. Una relazione del 
primo impiego medico a questo scopo fu stesa 
nel 1889 da un medico inglese, Edward Birch, il 
quale aveva trattato un tossicomane dedito 
all'idrato di cloralio e uno dedito all'oppio sosti- 
tuendo la canapa alle loro droghe e aveva trovato 
che essi potevano in seguito interrompere l'uso 
della canapa senza sintomi di assuefazione. 
Successi simili erano stati ottenuti in tempi più 
recenti in due esperimenti degni di nota: uno de- 
scritto nel 1942 da Allentuck e Bowman, che 
avevano gradualmente disabituato dei tossico- 
mani dediti all'oppio sostituendo con un derivato 
dalla marijuana; e un altro risalente al 1953 di due 
medici del North Carolina, L.S. Thompson e R.C. 
Proctor, che avevano fatto recedere tossicomani 
dediti ai narcotici, ai barbiturici e all'alcool con 
l'uso di PYFtAHEXYL, un tetraidrocannabinolo. 
Stranamente, questi incoraggianti risultati non 
sono stati seguiti da esperimenti clinici su vasta 
scala o da ricerche accurate. Sembra che gli studi 
sui possibili impieghi medici della marijuana siano 
scoraggiati dalla perdurante idea comune che 
essa diventi un'abitudine, e dal fatto che la droga 
è proibita dalla legge e difficile da ottenere per vie 
legali anche a fini di ricerca. 

Per capire gli effetti della marijuana e la sua at- 
tuale rigogliosa diffusione è indispensabile stu- 
diare le motivazioni del suo uso. In India, dove il 
suo consumo non è illegale e pertanto non com- 
plicato dalle ansie che sorgono per tale motivo, la 
canapa ha lo scopo dichiarato di semplice sol- 


12 




Droghe leggere 


lievo dalla desolazione e dalle privazioni della 
povertà. I Chopra fanno notare che durante la 
stagione del raccolto il consumo di droga tra i 
contadini subisce in alcune zone un incremento 
del 50 per cento. Questi autori osservano: "una 
pratica comune tra i lavoratori di fatica ingaggiati 
in opere di costruzione o di scavo, è quella di 
prendere qualche boccata di ganja, o di bere un 
bicchiere di bhang verso sera. Questo dona un 
senso di benessere, allevia la fatica, stimola 
l'appetito e provoca una blanda eccitazione che 
permette a chi lavora di sopportare più serena- 
mente lo sforzo quotidiano della vita". 

Questa semplice motivazione acquista valore se 
si pensa che negli Stati Uniti la marijuana ebbe 
inizialmente vasta diffusione nei ghetti. 

Numerosi studi su campioni di popolazione che 
erano sotto le armi hanno mostrato che l'87 per 
cento o forse più dei consumatori di marijuana 
erano negri. Freedman e Rockmore, andando a 
ricercare le motivazioni dei 310 fumatori di ma- 
rijuana che stavano studiando, trovarono che ge- 
neralmente la droga dava a coloro che ne face- 
vano uso un senso di benessere; era un sostituto 
del whisky. Si deve comunque guardare al di là 
dei fattori personali, per rendersi conto dell'uso 
corrente della marijuana in larghi strati della 
popolazione degli Stati Uniti. Per esempio da uno 
studio effettuato su 54 pazienti bianchi, di classe 
media e diplomati presso istituti superiori, in cura 
presso psichiatri risultò che essi avevano comin- 
ciato con la marijuana per curiosità, per stare al 
passo con gli amici, per stimolarsi o per fare 
un'esperienza insolita. 

Tra i giovani di questo paese la marijuana eser- 
cita una potente attrazione, specialmente su co- 
loro che hanno una tendenza all'introspezione e 
alla meditazione, o un bisogno imperioso di sot- 
trarsi all'integrazione nella società. Per molti l'uso 
illegale della droga è una dimostrazione della 
sconfitta della società e delle sue convenzioni. 

Come ha osservato C.P.Snow, l'inquietudine 
sembra stia diventando parte integrante del clima 
del nostro tempo. E* difficile evitare la conclusione 
che il crescente uso della marijuana sia in parte 
collegato alle spaventose minacce della sovrap- 
popolazione, dei conflitti razziali e della guerra 
nucleare. D'altra parte queste minacce possono 
aver contribuito indirettamente alla campagna 
emotiva contro questa droga. Si può pensare che 
alcune delle reazioni generate nella popolazione 
dalla violenza e dallo spirito militarista del nostro 


tempo stia dando luogo a conseguenze come la 
marijuana. Considerata essenzialmente dannosa 
e pericolosa, adottata dagli hippies, yippies, kids 
ed altri che richiamano l'attenzione su quegli 
aspetti della realtà e quelle minacce di distruzione 
che la maggior parte di noi trova troppo ango- 
sciose da affrontare, la marijuana diventa un na- 
turale e ovvio capro espiatorio. 

In poche parole lo stato ansioso ed il senso di im- 
potenza generato dai pericoli del nostro tempo 
possono essere parzialmente scaricati sulla ma- 
rijuana, conducendo alcuni ad usare la droga 
come una difesa, e facendo insorgere altri in una 
crociata contro di essa. Per quanto entrambe 
queste reazioni offrano una qualche possibilità di 
riassestamento della psiche individuale nessuna 
delle due porta un contributo alla costruzione di 
un mondo più sicuro. 



13 



3 File : SPINELLO.TXT 


(5584) Sun 24 May 92 20:11 
By: Leo Mattiello 
To: Ali 

Re: Un luogo comune... 

St: 5601 > 


@MSGID: 91:1/5 2a1ff892 


SULLA TEORIA DEL PASSAGGIO 
DALLO SPINELLO ALL'EROINA 


Uno dei motivi principali che viene portato per 
mantenere la proibizione legale della cannabis e' 
la teoria della "droga di passaggio", secondo cui 
l'uso di cannabis sarebbe la “causa" del succes- 
sivo uso di eroina. 

L'argomento apparentemente decisivo e' la con- 
statazione che gran parte dei consumatori di 
eroina ha fatto in precedenza uso di cannabis. 
Qual e' la reale fondatezza di questa teoria? 

Che fra i consumatori di eroina l'incidenza di pre- 
cedente uso di cannabis sia altissima e' indiscuti- 
bile. Ma e' ampiamente dimostrata una ANA- 
LOGA INCIDENZA DI USO DI ALCOOL E TA- 
BACCO (cfr. National Commission 1972: 
"MARIHUANA, p. 109; Canadian Commission 
1973, “Final Report' 1 , pp. 457 e 736). Questa as- 
sociazione statistica e' riportata fra l'altro anche 
dai sostenitori della teoria del “passaggio" (cfr. 
O'Donnel-Clayton su CHEMICAL DEPENDEN- 
CIES, 1982, p.230; O'Donnel, STUDYING DRUG 
ABUSE, Robins, New Brunswick 1985, p. 149; 
Jaffe su BRITISH JOURNAL OF ADDICTION 
1987, n. 82, p. 597). 

Dal punto di vista della aassociazione statistica, 
quindi, non esiste alcuna differenzafra alcool, ta- 
bacco e cannabis rispetto al “passaggio" 
all'eroina. 

Piu' significativa e' invece l'incidenza statistica 
dell'uso di eroina fra la popolazione dei 
consumatori di cannabis. SE LA TEORIA DELLA 
DROGA DI PASSAGGIO FOSSE VALIDA, AD 
OGNI AUMENTO DELLA DIFFUSIONE DELLA 
CANNABIS DOVREBBE CORRISPONDERE UN 
AUMENTO DELL* DIFFUSIONE DELL'EROINA. 
Una corretta analisi della correlazione statistica 
fra uso di cannabis e uso di eroina può' essere 


elaborata sui DATI EPIDEMIOLOGICI SUL 
CONSUMO DI DROGHE ILLEGALI IN USA. 

Per un confronto corretto, si deve tener conto del 
fatto che l'uso di eroina succede all'uso di can- 
nabis dopo un certo intervallo di tempo. Il PE- 
RIODO DI LATENZA fra i due fenomeni e' stato 
stimato mediamente di DUE ANNI (cfr. Kaplan: 
MARIHUANA, New York 1970, p.261; Farley et 
al. in Beschner-Friedmann: YOUTH DRUG 
ABUSE, Lexington 1979, pp. 149-168) Faremo 
quindi un confronto di dati relativi a periodi in cui 
l'uso di cannabis precede quello di eroina di due- 
tre anni. 

ANNI SETTANTA 

Consumatori abituali di marijuana: 8 milioni nel 
1972, 15 milioni nel 1976 (fonte: NIDA) = AU- 
MENTO dell'87%. 

Tossicodipendenti da eroina: 570.000 nel 1975, 
380.000 nel 1978 (fonte; FBN e DEA) = RIDU- 
ZIONE del 33%. 

ANNI OTTANTA 

In questo periodo non esistono dati sul numero 
dei tossicodipendenti. Abbiamo pero' dati sulla 
mortalità' da eroina, che sono indicativi sul trend 
del fenomeno. 

Consumantori correnti di marijuana: 22,6 milioni 
ne! 1979, 18,2 milioni nel 1985 = RIDUZIONE del 
19,4%. 

Mortalità' da eroina (fonte: NIDA): 659 casi nel 
1981, 1572 nel 1987 = AUMENTO del 93%. 

E' evidente che ad ogni aumento di uso della ma- 
rijuana ha corrisposto una riduzione dell'uso di 
eroina e viceversa. 

Ciò' dimostra che IL RAPPPORTO Di 
CAUSA/EFFETTO FRA I DUE FENOMENI NON 
E' LEGATO ALLE PROPRIETÀ' INTRINSECHE 
DELLE RISPETTIVE SOSTANZE, ma ad una se- 
rie di variabili collegate al contesto psicologico e 
sociale. 

Una delle variabili piu' importanti sotto questo 
profilo e' certamente il dato della 1LLEGALITA' 
CHE ACCOMUNA L'USO E IL MERCATO DELL* 
CANNABIS CON QUELLO DELL'EROINA. E' 
particolarmente significativo in proposito quanto 
hanno scritto gli autori delle uniche ricerche che 
hanno proposto la teoria della “droga di passag- 
gio" sulla base della correlazione statistica: 

"L'uso regolare di marihuana (...) rende piu' pro- 
babile il contatto con spacciatori e con la subcul- 
tura della droga (...). Tale contatto porta in certi 
casi alla frequentazione di consumatori di altre 
droghe, il che, a sua volta, aumenta la probabilità' 


14 




di usare queste altre droghe" (O'Donnel, 
STUDYING DRUG ABUSE, p. 149). 

"Una politica che miri a ridurre l'uso di eroina do- 
vrebbe (...) almeno considerare una disponibilità' 
legale di marihuana, per rompere il collegamento 
fra le due droghe" (O'Donnel-Clayton, op. cit., p. 
239). 

(Da PROIBIZIONISMO ANTIPROIBIZIONISMO E 
DROGHE a cura di Giancarlo ARNAO, ed. 
MILLEURE-STAMPA ALTERNATIVA) 

GoldED 2.40 * Origin: > GANJA Su- 

perbbs [Legalize Iti] - Napoli - 081-659072 <- 
(91:1/5) 

@PATH: 1/5 1/2 1/1 



4 File : LEGGERA.TXT 


DROGA LEGGERA, DUE TRE DOMANDE 
SUL PROIBIZIONISMO 

Da! Manifesto del 6 maggio 1992 - di Giancarlo 
Arnao 


La iniziativa di disobbedienza civile di gruppi di 
militanti della Lista Pannella, che hanno fumato 
cannabis pubblicamente davanti alla prefettura, 
ha avuto un notevole successo sul piano della 
percezione sociale di un fenomeno che interessa 
un paio di milioni di persone, ma e' tuttavia 
generalmente ignorato o sottovalutato. 

Questo ci appare molto positivo per diverse ra- 
gioni, alcune delle quali riguardano direttamente i 
consumatori dì cannabis. Sotto questo profilo, si 
tratta della difesa dei diritti civili di una minoranza 
consistente di cittadini che indulgono ad un “vizio" 
che non danneggia terze persone e danneggia 
anche relativamente i consumatori della sostanza 
- specialmente in confronto ad altri “vizi" legali di 
cui e' una altematica, come l'uso di alcolici. 

Ma della questione vanno esaminati anche altri 
aspetti, che investono in pieno la battaglia anti- 
proibizionista nel suo complesso. 

1) L'ideologia proibizionista ha il suo pilastro in 
una cultura monolitica, basata sull'assunto che 
‘‘l'universo droga” costituisce un tutto inscindibile, 
un dogma da accettare o rifiutare in blocco. Di qui 
il rifiuto di ogni approccio scientifico di ogni 
interpretazione articolata e "relativistica": la di- 
stinzione fra modi e condizioni di uso delle so- 
stanze, fra uso e abuso, fra tossicodipendenti e 
consumatori, fra diverse sostanze e diverse vie di 
assunzione. Ogni iniziativa che mette in discus- 
sione (basandosi su ineccepibile considerazioni 
scientifiche) la criminalizzazione della cannabis 
mette in discussione l'intero impianto teorico del 
proibizionismo. Non e' un caso che sia gli “zar 
antidroga" degli Usa, sia i burocrati dell'Onu insi- 
stano sulla inaccettabilità' ideologica della sepa- 
razione fra droghe pesanti e leggere. Significati- 
vamente, il Rapporto 1991 dell'Ufficio Controllo 
degli Stupefacenti dell'Onu "rifiuta enfa- 
ticamente... la legalizzazione del possesso e 
dell'uso di alcune o di tutte le droghe... Questo 
approccio sarebbe indubbiamente interpretato... 
come una approvazione dell'uso di droga... Inol- 
tre... e' moralmente indifendibile. 


15 




2 ) SUI piano pragmatico, e* opinione assai diffusa 
nel contesto della comunità' scientifica schierata 
contro il proibizionismo che gli effetti di una lega- 
lizzazione della cannabis avrebbero un impatto 
sanitario e sociale assai diverso da quelli di altre 
droghe, ed e 1 quindi opportuno stabilire delle 
priorità'. 

E' questo il caso del governo olandese, che ha 
legalizzato di fatto la cannabis. E' stata questa la 
posizione di Marie Andree Bertrand, presidente 
della Lega Internazionale Antiproibizionista, nella 
sua "Cnclusione" del Rapporto della Commis- 
sione canadese del 1972. E' questa la posizione 
di tester Grinspoon, membro della Lia, che ha 
presentato al recente congresso del Pr una rela- 
zione intitolata "Verso la legalizzazione delle 
droghe a livello mondiale, a cominciare dalla 
cannabis", e di tanti altri in Italia e all'estero. 

3 ) D'altra parte, qualsiasi provvedimento decrimi- 
nalizzante rispetto ai consumatori di cannabis ha 
una serie di importanti ricadute sul piano sanita- 
rio. infatti, e' opinione di molte autorità' (fra cui ad 
esempio il governo olandese) che la legalizza- 
zione della cannabis eviterebbe resistenza di un 
mercato di strada unificato in cui i consumatori di 
cannabis possano essere indotti all'acquisto di 
altre sostanza piu' pericolose. 

D'altra parte e' noto che la normativa della legge 
Jervolino ha creato una notevole affluenza di fu- 
matori di spinelli nei servizi antidroga, con conse- 
guenze negative per la funzionalità' dei servizi, e 
con potenziali rischi per gli stessi consumatori, 
che vengono cosi' a contatto con il fenomeno (e 
la subcultura) della tossicodipendenza. 

4 ) Occorre infine ricordare che la repressione dei 
consumatori (grazie anche all'effetto perverso in- 
nescato dalla demenziale "dose media giorna- 
liera" sancita dal ministero della sanità') deter- 
mina un impego notevole di risorse poliziesche e 
giudiziarie. In un paese come l'Italia, dove i citta- 
dini sono sempre piu' in balia della criminalità' e la 
giustizia e' alla paralisi, la repressione di un 
comportamento diffusissimo come l'uso di can- 
nabis ha un elevato costo per la comunità', in 
termini di sottrazione di risorse per la protezione 
da reati effettivamente lesivi della proprietà' e 
dell'incolumità' dei cittadini. 


a cura di 


ecn mllano 



F.I.P. MI Leoncavallo 22 - 15/10/1992